C.Cabassa


«I miei pupazzi dicono cose che mi fanno spesso arrossire»
intervista a Dante Cigarini di Chiara Cabassa.


Immaginatevi un artista di strada, o se preferite un burattinaio, un ventriloquo, insomma un artista capace di fare ridere, a volte sorridere. E ora pensate ad un manager, a un dirigente d’azienda, comunque a qualcuno destinato a passare le giornate tra riunioni e pranzi di lavoro, i conti che non tornano e contratti urgenti da chiudere. Detto questo, guardate bene negli occhi Dante Cigarini. Ascoltatelo parlare. Osservate come si muove. Seguitelo al bar mentre ordina un caffè. Impossibile indovinare a quale «categoria» appartenga. Ma poi lo guardi dentro gli occhi, e se non ti accontenti di sfiorare il suo sguardo, la risposta non può essere che quella: categoria artista. Occhi che sanno essere tristi e insieme ironici, bui e al tempo radiosi. Tutto dipende da un’unica variabile: il palcoscenico. Perché è quell’asse di legno che annulla in un soffio la timidezza più ostinata e fa scattare la magìa. Ogni volta lo stesso miracolo. E una favola diversa da inventare.


 «Lo so, io lascio sempre l’impressione di essere un orso, quello che non dà confidenza e che magari ha un po’ la puzza sotto il naso».


Detto da Dante Cigarini, che da anni con le sue creazioni fa schiantare dal ridere bambini e ragazzi ma riesce anche a stupire gli adulti sfornando iniziative sempre originali... una certa impressione la fa.


Non mi dica che si sente tendenzialmente antipatico, tanto non ci crederebbe nessuno...

«E’ tutta questione di timidezza. E poi, quando cresci e ti guardi alle spalle, capisci che nulla è per caso.Mio padre, in casa, era un perfetto orso, non mi ricordo di averlo mai visto fare uno scherzo o accennare una battuta. Poi mi sono iscritto all’Istituto per geometri “Secchi”, dove lui faceva il bidello, e ho scoperto che per gli studenti era il simpaticone di turno, quello che strappava le risate ed era sempre pronto a scherzare. Dopo un momento di imbarazzo, ho capito che alla base del suo e del mio comportamento c’era la stessa timidezza. Al contrario mia madre era di quelle donne che attaccano bottone con tutti: quando andava a fare la spesa, in autobus, per strada. Da bambino mi vergognavo terribilmente: lei chiacchierava e io abbassavo lo sguardo». 

 
Suo padre superava la timidezza a scuola. E lei?
«C’è voluto un po’ a capirlo ma avevo 12 anni quando un episodio a cui forse allora non ho dato troppa importanza, più tardi avrebbe rivelato molto del mio carattere. Ero in montagna con i parenti, e durante una passeggiata avevo assistito a un espisodio che mi aveva fatto molto divertire... Alla sera, a tavola, lo raccontai e sorprendentemente tutti si misero a ridere con gusto. Mi guardavano e ridevano, per la prima volta mi trovavo al centro dell’attenzione facendo divertire, e la cosa mi piaceva: ecco, in quel momento dentro di me è scattata la magìa, una molla che molti anni dopo mi ha fatto scegliere una strada piuttosto che un’altra».

Eppure il suo percorso professionale, dopo il diploma di geometra, sembrava essere segnato.
«Sì, per molti anni ho lavorato come geometra ma c’era sempre la voglia di fare altro. Avevo vent’anni quando con Paolo Bonacini e Alessandro Pelati abbiamo formato il Gruppo del Torlone... cercavamo di fare i cabarettisti. Più tardi la stessa voglia di “ altro” è emersa con una forza ancora maggiore».

E siamo arrivati al mitico Trietto...
«Era il ’90 quando dall’incontro con Gaudio Catellani e Gigi Melloni è nato il Trietto. Abbiamo iniziato per hobby a cantare canzoni in dialetto e il successo ci ha colto di sorpresa: all’i mprovviso eravamo diventati un fenomeno, le nostre cassette andavano a ruba e ai concerti arrivava sempre più gente. Avevamo persino dei Fans Club, o meglio dei “Vaffans club”, e durante un concerto ricevemmo anche un telegramma di Augusto Daolio... Beppe Carletti ci avrebbe poi confidato che per un certo periodo i Nomadi, quando attraversavano l’Italia in tournée, a fare loro compagnia erano proprio le cassette dei Trietto».

E’ stato in quel periodo che ha deciso di cambiare strada e di abbandonare il suo lavoro di geometra?
 
«E’ accaduto nel ’96 e se da un lato l’esperienza dei Trietto è stata fondamentale, perché mi sono reso conto che potevamo divertire una platea di centinaia e centinaia di persone, dall’a ltra la cooperativa bolognese per cui lavoravo (ero arrivato ad essere responsabile dell’ufficio acquisti) fu coinvolta in Tangentopoli. Queste due circostanze mi spinsero a guardarmi intorno e mi sono detto: ho quarant’anni, adesso o mai più. Devo dire che mia moglie non mi ha posto ostacoli, anche se avevamo già una figlia e desideravamo allargare la famiglia. La scelta è stata drastica: ho abbandonato il lavoro senza avere dall’altra parte una prospettiva altrettanto sicura. Volevo vivere della mia arte e ho capito che per essere felice dovevo provarci... allora ho pensato all’episodio che mi aveva visto dodicenne fare ridere una platea di adulti. Se mio padre perdeva la sua aria d’orso a scuola, io l’a vrei persa sul palco, o comunque con un pubblico davanti. E mi sono messo in gioco».

Qual è stato il punto di partenza?
«Con I Trietto si continuava a fare concerti, ma mi rendevo conto che l’esperienza si sarebbe esaurita. Io invece volevo crescere, creare, fare, inventare... Fondamentale fu l’incontro con Mariano Dolci, che allora era il burattinaio ufficiale del Comune. Frequentando per motivi “familiari” gli asili lo vidi all’opera e mi innamorai di questo personaggio. Diventai amico di Mariano e iniziai a seguirlo, o meglio, io lo accompagnavo a fare gli spettacoli e intanto prendevo lezioni gratis. Quando mi sono sentito pronto ho aperto un laboratorio in via Roma e ho iniziato a costruire burattini».

E I Trietto?
«Non rinnego nulla. E’ stato un periodo divertente oltre che importante umanamente. Il boom durò tre anni, un successo strepitoso. L’affetto del pubblico non ci ha mai abbandonato. Basti pensare che la scorsa estate ci siamo riuniti per fare tre serate e oltre ad essere stati accolti da tantissime persone abbiamo poi scoperto che quei concerti erano stati messi su You Tube dove sono state registrate, in soli due mesi, più di mille visite. Per non parlare di Facebook: anche lì, ancora oggi che non facciamo più spettacoli, abbiamo oltre 300 fans. Ma è qualcosa ormai che va al di là della musica e dei concerti: negli anni si è trasformato in un fenomeno surreale».

La timidezza sarà in parte guarita, è o non è terapeutico il palcoscenico?
«Non si discute sul valore terapeutico del teatro e dell’arte, ma della mia timidezza non mi sono liberato. Quando lo spettacolo deve iniziare non riesco a guardare il pubblico, ho paura del giudizio degli altri, e guardo in basso. Ma quando le luci si accendono, tutto si trasforma. Sul palco c’è l’attore, che può dire ciò che vuole senza temere il giudizio degli altri mentre Dante Cigarini resta giù dal palco, con tutti i suoi timori: mi rendo conto che questa è una bieca ammissione della bassissima stima che ho di me come Dante Cigarini, e l’altissima stima che ho invece di me come artista».

D’altra parte, funziona così per molti attori...
«Per chi non nasce attore, funziona così, e si tratta della maggior parte. Parlo di chi ha adottato una maschera e grazie alla passione, al talento e magari alla fortuna ce l’ha fatta. Ma per i veri attori, penso a Roberto Benigni, non vale il gioco della maschera: chi nasce attore è se stesso e basta, qualsiasi ruolo porti in scena».

Ma nella vita quotidiana, quanto ha funzionato la medicina-teatro?
«Sicuramente sono più realizzato oggi di quando seduto a una scrivania facevo il geometra. C’è una sorta di effetto transfert per cui il palcoscenico mi dà la sensazione di essere una sorta di ambasciatore che non porta pena perché per l’appunto è semplicemente un portavoce».

Ed è così che lei ha parlato prima attraverso i suoi burattini, poi con i pupazzi e adesso attraverso la difficile tecnica del ventriloquo.
«Dopo i primi “trucchi” imparati da Mariano Dolci, al quale sarò grato per sempre, il mio è stato un cammino da autodidatta. E’ così che dai burattini ho sentito il bisogno di cambiare e sono passato ai pupazzi in lattice che tuttora costruisco. L’ultimo passo, quello che mi ha portato all’arte del ventriloquo, è stato da una parte frutto di una mia curiosità, dall’altro un passaggio quasi automatico. Tra ventriloquo e pupazzo scattano meccanismi particolari: sono io che li faccio parlare, ma spesso dicono cose che mi fanno arrossire. E’ un’illusione. Ma è anche la prova che se gli occhi hanno un filo diretto con il cuore e le orecchie con il cervello (e ci inviano messaggi contrastanti), noi scegliamo sempre il cuore».

Ma nel suo curriculum ci sono anche manifestazioni (brevettate) che continuano a riscuotere ovunque successi: dal Palio della Formaggia all’Asino Bus al Circo degli Asinelli al raduno internazionale degli Asini al suo Carrozzone che da Roma a Firenze al Carnevale di Venezia è stato applaudito e acclamato. Non teme di essere prima o poi tradito dalla sua creatività?
«No, perché sai qual è la differenza tra me e gli altri comuni mortali? Il fatto che io ho il tempo di guardarmi intorno e di pensare: il talento, la fantasia, la creatività, per emergere hanno bisogno di tempo. Se fossi ancora seduto alla scrivania a fare quadrare i conti, mi sarebbe mai venuto in mente di costruire pupazzi in lattice o di portare in giro un circo di asinelli?».
(08 febbraio 2009)